Università : professori a 70 anni, non siamo da rottamare
Tutti in pensione a 70 anni: è questo l’orientamento assunto dall’Università di Parma per il proprio personale docente. Un orientamento che deve fare i conti con i tagli imposti ai bilanci degli atenei – e un professore all’apice della carriera costa almeno 150mila euro all’anno – ma che non incontra il favore dei più anziani. Qualcuno ha accettato il titolo di “professore emerito” rinunciando a finanziamenti e insegnamento (una quarantina nel nostro ateneo), altri sono tornati al primo gradino della scala accademica appoggiandosi a contratti del tutto gratuiti come “cultore della materia” o “frequentatore” con ufficio condiviso. Qualcun’altro, invece, si è rivolto alla giustizia amministrativa per avere risposte.
E' il caso di due luminari della Facoltà di Medicina e Chirurgia come Roberto Delsignore e Giulio Bevilacqua. Entrambi pensionati che contavano sui due anni di bonus per arrivare ai 72 prima di ritirarsi a vita privata, ma il Tar ha accolto il loro ricorso e li ha rimessi in cattedra. «Non si può fare di tutta l’erba un fascio», così commenta la sentenza Giulio Bevilacqua che ha in pista un master internazionale con il Sudamerica, un concorso ad Ancona e i suoi bambini da curare. «Siamo in un periodo in cui le scelte sono dettate da esigenze economiche ma occorre valutare se le persone hanno ancora qualcosa da dare all’Università. Gli americani consentono di dosare impegno e, naturalmente, stipendio». Ma qui non siamo in America. In Italia chi è fuori è fuori, niente più incarichi accademici né progetti di ricerca, niente più insegnamento né risorse. E non esistono contratti dignitosi di “ripescaggio”.
«Un limite ci deve essere – sostiene Roberto Delsignore – ma questo limite deve essere stabilito e conosciuto, non cambiato in corso d’opera. Se mi viene concessa la proroga non posso scoprire ad aprile che devo lasciare ad ottobre». Quello che sottolinea Delsignore è la confusione di regole: i docenti arrivano a 70 anni per prolungare a 72 e arrivare a 75, i ricercatori si fermano a 65 mentre i primari ospedalieri contano sul tetto dei 67 anni ma ancora per poco.
E' un alibi, per Bevilacqua, anche la litania che il loro “attaccamento alla poltrona” impedirebbe ai giovani ricercatori di entrare nell’olimpo. «Siamo come i capponi di Renzo, ci becchiamo tra di noi, ma nel giro di pochi anni l’80% degli ordinari di medicina andrà in pensione e non verrà rimpiazzato da nessuno».
Sono gli automatismi che andrebbero scardinati : «In America (e si torna sempre lì, ndr) il professore assume i ricercatori che ritiene meritevoli e risponde del suo e del loro lavoro davanti al cda dell’università. Se non lavora fa le valige». In Italia le valige non le fa nessuno. Dopo i due anni aggiuntivi è possibile puntare al “fuori ruolo” quindi ad altri tre. Li aveva chiesti Giacomo Rizzolatti ma qui siamo tra i fuoriserie della ricerca internazionale.
Passaggi sempre più stretti per chi vorrebbe salire di grado: «Come principio è bene che ci sia un ricambio, che raggiunti i limiti di età un professore lasci spazio ai giovani», sostiene la rappresentante dei ricercatori che siede nel cda dell’Ateneo Laura Romanò. Casi personali a parte, i professori rischiano di apparire “una razza protetta” che non vuole staccarsi dal prestigio e dal potere che lo status conferisce. E non solo per colpa loro. «Se le università fossero organizzate meglio per didattica e ricerca le competenze potrebbero essere sfruttare a pieno. Invece gli unici strumenti, oltre all’assunzione, sono contratti gratuiti e non dignitosi», spiega Ovidio Bussolati arrivato al grado di associato (patologia generale il suo istituto) a 43 anni, in perfetta media italiana. All’estero però, ci ricorda, si diventa ricercatori a 27/28 anni, associati a 35 per cogliere i frutti a 45 con la cattedra di ordinario. Decisamente un altro pianeta.
p.br.


A casa i dinosauri