Università , che cosa ci s’inventa per non chiudere aule e laboratori rimasti a secco
«Quest’anno abbiamo preso proprio una miseria»: a parlare al settimanale Il Nuovo di Parma è Giacomo Rizzolatti, vanto della neuroscienza; in California si tolgono il cappello quando passa nei corridoi e della sua scoperta hanno detto che i neuroni specchio saranno per la psicologia quello che il Dna è stato per la biologia. Eppure anche uno come lui deve fare i conti con la disponibilità di fondi per la ricerca e i tagli previsti dalla nuova riforma Gelmini. «Una miseria» sono i fondi elargiti quest’anno dal Governo al dipartimento che dirige. «Il Prin, ossia il programma governativo che assegna fondi a progetti di ricerca di rilevante interesse nazionale, è stato tagliato quest’anno del 70%, quindi a noi sono toccati circa 30 mila euro. Ma con una cifra del genere io riesco a pagare solo una borsa di dottorato e non mi rimane nulla per l’istituto».
E l’Università non è e non può essere più generosa: «Se penso a quello che ha stanziato per noi… quest’anno fra i 5mila e i 7mila euro, sufficiente forse per comprare la cancelleria…».
La situazione della ricerca in Italia è esplosiva e l’ateneo parmigiano e i suoi illustri ricercatori vivono sulla propria pelle il rischio di questo tracollo. Da cui non esce indenne neppure il centro di eccellenza del professore. «Due elementi per far capire la nostra condizione precaria. Il primo: nel nostro istituto siamo in 40 a lavorare, ma solo cinque riescono ad essere pagate con soldi statali, gli altri si appoggiano sui finanziamenti che riusciamo a recuperare. Il secondo: abbiamo un dottorato di quattro anni coperto dal governo per tre. E l’anno che rimane fuori ricade sulle nostre spalle», prosegue.
C’è poco da essere ottimisti: «La situazione a livello nazionale è disastrosa, i concorsi sono bloccati, i precari premono per entrare in pianta stabile nelle facoltà ma mancano i soldi per poterli inserire in maniera regolare». Ma lo scienziato guarda avanti, scopre, s’ingegna, e qualche via d’uscita la trova. «Se a livello nazionale i fondi mancano quasi del tutto – aggiunge – lo stesso non si può dire a livello europeo e internazionale. Bisogna avere la capacità di intercettarli con progetti validi, anche perché la concorrenza non è solo con le facoltà italiane ma anche con quelle di altri paesi. Il nostro istituto è riuscito ad avere un finanziamento europeo di 200 mila euro per i prossimi cinque anni». Un piccolo miracolo.
Poi ci sono i privati. «A Parma la situazione mi sembra ottima – dice – per quanto riguarda il legame tra università e privati. Non abbiamo relazioni con industrie o multinazionali, ma ottenuto contributi importanti dalle Fondazioni Cariparma e Monte Parma. Basti pensare anche solo alla risonanza magnetica Tesla di nuova generazione di cui il nostro ospedale è stato il primo in Europa a dotarsi. Uno strumento ad alta precisione che permetterà di raggiungere nuovi traguardi nel campo della ricerca neuroscientifica, finanziato per l’intero costo, circa 3 milioni di euro, proprio da Cariparma. Certo che rispetto a gli Stati Uniti, in cui vige una legislazione fiscale differente, siamo ancora molto indietro». Senza sgravi, l’industria raramente può aprire il portafoglio.
Scienze lancia l’allarme
Alla facoltà di Scienze, altro diamante della ricerca locale, la musica non è molto diversa. «A Parma esiste una forte tradizione di ricerca scientifica, e le aree disciplinari che trovano spazio nella nostra facoltà lo dimostrano. Abbiamo un nostro docente di geometria che entrerà a far parte del SISSA, uno dei maggiori centri di ricerca avanzata nel nostro paese. Il dipartimento di Geologia è tra i primi in Italia, a Biologia abbiamo da poco accolto un “cervello rientrante” dagli Stati Uniti», spiega il preside Gianluigi Rossi sintetizzando lo stato di salute della facoltà che dirige dallo scorso anno. «Ma no, i problemi non mancano», precisa. «Non riusciamo a procedere con l’acquisizione di nuovo personale docente, i concorsi sono bloccati e i fondi messi a disposizione dallo Stato non ci permettono l’ingresso di nuove figure. Con gli ultimi tagli è stato decurtato un 7 per cento di fondi ad ogni università, che poi sono stati ridistribuiti in base al merito, alla ricerca ma anche al numero di studenti. La questione è che alcune università hanno ricevuto più di quel 7 per cento che hanno dato, altre meno.»
Secondo il preside Rossi però, non è tanto la ricerca ad essere in pericolo, ancora sostenuta da fondi esterni e privati: «In Italia, in questo momento, sarebbe impensabile farne a meno. Biochimica lavora con aziende farmaceutiche come Chiesi, Geologia ha un finanziamento di 2 milioni dall’Eni per un lavoro di monitoraggio di pozzi petroliferi e ci sono altri progetti in piedi». Il nodo è però l’offerta didattica, dove il privato nulla può: «Abbiamo otto lauree triennali e dodici magistrali che vengono coperte da 192 docenti. Di questi, 71 sono ricercatori che svolgono mansioni di insegnamento come qualsiasi docente “regolare”, anche se non è previsto dal loro contratto». Precariato in cattedra. E se la protesta dei ricercatori dovesse tramutarsi in uno sciopero generale «le conseguenze sarebbero disastrose: qui la maggior parte dei corsi di laurea si regge sul lavoro didattico dei ricercatori. Il pericolo è che il prossimo anno accademico non parta nemmeno», avverte il preside.
Massimiliano Ferrari

